Ci sono pagine del Vangelo che dovrebbero scuotere il lettore, ma che spesso vengono ascoltate con attenzione distratta. Tra queste c’è il brano in cui Pietro chiede a Gesù quante volte sia necessario perdonare il proprio fratello. La domanda nasce probabilmente dal desiderio di avere una regola precisa per affrontare discussioni e conflitti nella vita comunitaria.
Una misura che non può essere calcolata
Secondo le consuetudini rabbiniche del tempo, il perdono fraterno poteva essere concesso fino a tre volte. Pietro propone dunque una misura già molto ampia, più del doppio di quella normalmente suggerita. Gesù, però, ribalta la prospettiva e risponde: non sette volte, ma settanta volte sette. Il significato della formula è chiaro: il perdono non può essere sottoposto a un conteggio e deve diventare uno stile permanente nelle relazioni.
La richiesta di Gesù non è una semplice regola morale, ma nasce dall’esperienza del perdono di Dio. La parabola raccontata nel brano mostra infatti un re che condona al proprio servo un debito enorme. Il valore di un talento variava tra ventisei e trentasei chilogrammi d’oro ed equivaleva alla paga di un operaio per circa seimila giornate di lavoro, cioè diciassette anni di retribuzione. Diecimila talenti corrispondono così a una somma volutamente sproporzionata, pari a circa 164.384 anni di lavoro.
Il debito ricevuto e quello negato
Il re va ben oltre la richiesta del servo, che aveva domandato soltanto una dilazione. Dopo aver ottenuto il condono, però, quell’uomo incontra un collega che gli deve cento denari, una somma equivalente a circa tre mesi di lavoro. La differenza tra i due debiti è enorme, ma il servo non mostra comprensione: pretende il pagamento e fa rinchiudere il debitore in prigione.
È questo il centro della parabola: il dono ricevuto non ha prodotto alcun cambiamento nella vita di chi lo ha ottenuto. Il servo ha sperimentato una misericordia senza misura, ma sceglie di non trasmetterla a sua volta. Per Gesù, il perdono di Dio è dunque motivo e modello della fraternità nella comunità cristiana. Chi si riconosce perdonato è chiamato a non trattenere il perdono e a lasciare che l’amore ricevuto trasformi il rapporto con gli altri.
La parabola interroga ogni credente sulle proprie cadute, sui propri errori e sulle occasioni in cui si pretende misericordia per sé, rifiutandola al prossimo. Il contrasto tra il debito immenso condonato dal re e il piccolo debito che il servo non sa cancellare richiama la sproporzione tra ciò che si riceve e ciò che si è chiamati a offrire. La domanda finale riguarda quindi la capacità di perdonare il fratello, lasciando andare il rancore e riconoscendo la grandezza del dono ricevuto.